CORONAVIRUS, RIVOLTE NELLE CARCERI E PROBLEMI NASCOSTI SOTTO AL TAPPETO

Aggiornato il: apr 26

Milano, La Spezia, Modena, Bologna, Napoli, Salerno, Foggia, Bari, Palermo, per citarne alcune. In più di 20 carceri italiane si è protestato e si protesta – in alcuni casi molto violentemente – a seguito delle restrizioni subite dai reclusi per contrastare la diffusione del maledettissimo Coronavirus.


E allora via al solito campionario di frasi che vanno dall’ingenuo al fortemente sgradevole: “come fanno a non capire che le restrizioni sono per il loro bene?”, “cos’hanno da protestare?”, oppure “si lamentano che le strutture carcerarie fanno schifo ma sono i primi a distruggerle!” o ancora il sempreverde “mi fanno pena le persone per bene che rischiano di perdere il lavoro o peggio la salute, non i delinquenti!”.

Davanti a simili accadimenti possiamo unirci al gregge rumoreggiante, oppure provare a riflettere sul perché si è arrivati a tanto.

La preoccupazione per il Coronavirus, come ben detto dal Prof. Tullio Padovani, è stata il detonatore di una bomba che era destinata ad esplodere, prima o dopo.

Andiamo con ordine. Abbiamo avuto il dispiacere, in queste settimane, di assistere a scene incredibili: giovani potenzialmente untori accalcati sui treni per timore di non poter più tornare al Paese loro, invasioni di intere famiglie al supermercato a litigarsi l’ultimo pacco di penne (rigate), mascherine vendute più care del tartufo.

E allora, se la reazione del “popolo libero” – espressione che fa molto game of thrones, ci rendiamo conto e ce ne compiacciamo – è stata così irrazionale, immaginatevi affrontare la stessa emergenza in un luogo chiuso, dove le informazioni arrivano ad intermittenza e dal quale non è possibile uscire."


Un luogo che ti assicura una rigida quarantena rispetto al mondo, ma che ti costringe a vivere gomito gomito con i compagni di cella, gli agenti, i pochi – e per una volta suona come una buona notizia – assistenti sociali ed operatori tutti. Persone che transitano dentro e fuori dalle mura carcerarie, non si sa con che bagaglio di virus e malattie.

A ciò aggiungiamo: 1. La nota questione del sovraffollamento: a fronte di 51.000 posti disponibili, le nostre carceri ospitano più di 61.000 persone che spesso si ritrovano a dividere in tre, celle da 12 metri quadri. Volendo rispettare la distanza di un metro di sicurezza, dovrebbero dormire tutti e tre fuori. 2. La situazione igienico-sanitaria: “lavatevi frequentemente le mani!”, ci hanno detto. E giù di video-tutorial su come pulire gli spazi tra le dita. Ecco, l’accesso all’acqua e soprattutto ai prodotti di pulizia è un tasto dolente delle nostre patrie galere. Si consideri poi che circa 5.000 reclusi superano i 60 anni di età e che una consistente fetta di questi risulta affetta da patologie, anche respiratorie, che di questi tempi certo non contribuiscono a far dormire sonni tranquilli. 3. I contatti con l’esterno: l’OMS, tra le più efficaci misure per gestire l’ansia, l’angoscia e la depressione da quarantena, raccomanda di “parlare e confrontarsi (e confortarsi) con amici e parenti”.


Teletrasportiamoci allora in carcere, lontani da questi interlocutori privilegiati, nel momento in cui riceviamo la notizia della sospensione sine die dei colloqui e dei contatti con l’esterno. È chiaro a tutti che siano misure necessarie, però ahia, che male che deve fare.


Ed ecco qua, BUM! La bomba è esplosa dentro le mura del carcere. Possiamo limitarci a dire “e allora quelli che hanno rubato il metadone? E quelli che sono evasi? E tutti i danni arrecati alle strutture?”. È tutto inaccettabile e da condannare in tronco, ovviamente. Ma forse è più utile quelli che stanno facendo gli altri, coloro che si sono messi al lavoro per immaginare misure utili e di immediata applicazione per evitare che la pandemia varchi i cancelli degli istituti, con le conseguenze da film horror che non fatichiamo ad immaginare.


Ma forse è più utile quel che stanno facendo gli altri, coloro che si sono messi al lavoro per immaginare misure utili e di immediata applicazione per evitare che la pandemia varchi i cancelli degli istituti, con le conseguenze da film horror che non fatichiamo ad immaginare. La sempre ottima associazione Antigone, insieme all'Unione delle Camere Penali, ha articolato una proposta che, sinteticamente, prevede: la messa a disposizione dei detenuti di smartphone per comunicare in videochiamata con i numeri già autorizzati per 20 minuti al giorno; l’autorizzazione, per chi già goda della semilibertà, di dormire fuori dal penitenziario; l’estensione dell’affidamento in prova ai servizi sociali pensato per i soggetti tossicodipendenti e della detenzione domiciliare per gli ultra settantenni anche a quei soggetti affetti da patologie cardio-respiratorie di cui dicevamo.

Ringraziamo di cuore e supportiamo Antigone e l'Unione delle Camere Penali sperando che, rientrata l’emergenza, si riprendano in mano i lavori di riforma penitenziaria lasciati cadere nel 2019, consci del fatto che, così, non è davvero più possibile andare avanti.

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