FLOYD E LA DISTRUZIONE DELLE STATUE

Nei giorni scorsi in tutto il mondo si è assistito alla proliferazione di movimenti di protesta a causa dell’ennesimo caso di violenza contro un cittadino di colore ad opera della polizia americana.


Il movimento Black Lives Matter, nato negli Stati Uniti nel 2013, ha conquistato le piazze di tutto il mondo – Italia compresa – nel tentativo di imporre all’america un cambiamento di policy che riesca ad evitare future tragedie come quelle di Floyd e di tanti altri che l’hanno tristemente preceduto.


Le sacrosante richieste del movimento sono varie: dal rendere responsabili gli agenti per gli arresti violenti e il “racial profiling” nei confronti dei cittadini di colore, fino al bando delle armi, situazione chiaramente fuori controllo negli Stati Uniti.


StraLi si associa alle grida di indignazione e si pone sempre a difesa dei diritti umani e a sostegno di chi protesta per il loro riconoscimento.

C’è da interrogarsi, però, su un aspetto socio-culturale che è emerso durante le proteste.


Ovunque vi fosse una manifestazione, nei campus universitari e nelle piazze, le persone hanno accompagnato il loro grido con bandiere e slogan (e in alcuni casi con accesi scontri contro le forze dell’ordine).

Numerosi, poi, sono stati i gesti simbolici, i graffiti e le scritte, a diffusione del messaggio. Negli Stati del Sud dell’america, però, si è assistito anche ad un altro fenomeno, la distruzione delle statue raffiguranti i generali dell’esercito confederato.

Le statue del Generale Robert E. Lee e degli altri generali, infatti, sono esposte nelle città come simbolo della passata guerra civile americana.


Perché sono state distrutte quelle statue? Perchè raffigurazioni di una sorta di glorificazione di un passato di razzismo e prevaricazione, posto che gli stati del Sud dell’America nella guerra civile si battevano, appunto, per il diritto dei bianchi di avere degli schiavi neri.


Il gesto simbolico, però, potrebbe essere addirittura controproducente.

I manifestanti, infatti, cercano di affermare un diritto, distruggendo le statue di persone che, in un modo o nell’altro, hanno partecipato alla guerra dalla parte degli stati oppressori e schiavisti.


Un analogo europeo potrebbe essere quello dei video girati dagli stessi americani che facevano esplodere i simboli del nazismo a seguito della sconfitta del Reich.

In generale, la storia spesso vede i vincitori abbattere e trascinare nella polvere le statue e i simboli degli sconfitti (uno degli ultimi esempi sono le statue di Saddam Hussein, sempre da parte degli americani).


Esiste però un altro modo di pensare alla questione.

Non distruggere le statue, ma mantenere le stesse come monito che il male esiste e non deve essere dimenticato.

Cancellare la memoria, infatti, è pericoloso, in quanto anestetizza il ricordo e non consente alle giovani generazioni che non hanno esperienza diretta dei fatti di avere un riferimento concreto, una bussola morale.


Nel meraviglioso film Forrest Gump, il personaggio della madre del protagonista spiega, in una scena, il motivo del nome che ha dato al figlio.

Forrest Gump, i cinefili ricorderanno, era così chiamato in memoria del tenente sudista Nathan Bedford Forrest, peraltro razzista e parte del ku klux klan, nome posto dalla madre per insegnare al figlio a non commettere gli errori del passato.


A volte, la memoria di persone e avvenimenti, pur tremenda, funge da monito per il futuro e distruggere le statue dei dittatori e dei razzisti – forse – fa loro un favore facendo dimenticare le loro schifezze.

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