L’INIZIO DEL PROCESSO A PATRICK ZAKI, LA FINE DEL GIUSTO PROCESSO

Aggiornamento: set 24

La storia di Patrick Zaki inizia, ormai, quasi due anni fa quando a febbraio 2020 Patrick vola in Egitto, suo Paese natale, per trascorrere qualche giorno in compagnia della famiglia. Patrick è egiziano ma studia in Italia, a Bologna. Frequenta un master in Women and Gender Studies a Bologna. Soprattutto, Patrick è un attivista resso l'EIPR – Egyptian Initiative for Personal Rights, autorevole ONG che si occupa di tutela dei diritti umani e dei diritti delle minoranze, i/le cui componenti erano già stati presi/e di mira dalle autorità egiziane più volte. Patrick atterra al Cairo il 07 febbraio 2020 e da lì si trova, il giorno dopo, davanti alla procura di Mansura in stato di fermo per reati quali minaccia alla sicurezza nazionale, diffusione di notizie false e propaganda per il terrorismo.



Per ventiquattro ore non si hanno notizie di Patrick: successivamente, gli/le attivisti/e che hanno lottato per la sua causa hanno sostenuto che sia stato vittima di abusi e torture. Poi, la formalizzazione dell'arresto e una detenzione in carcere che si prolunga per diciannove mesi. Quella di Patrick è una custodia cautelare in attesa di processo, un istituto giuridico che per sua natura dovrebbe essere temporaneo ma che nel caso di Patrick viene rinnovata all'infinito, prima ogni quindici giorni, poi ogni quarantacinque.

In questo periodo di tempo, Patrick resta perlopiù rinchiuso nel carcere di Tora, considerato fra i peggiori al mondo per condizioni dei/lle detenuti/e e rispetto dei più basilari diritti. Da anni Human Rights Watch e altre associazioni denunciano gli abusi a cui vengo sottoposte le persone imprigionate all'interno del carcere e della sua area di massima sicurezza, lo “Scorpione”, una fra le molte strutture per la repressione del dissenso politico in Egitto. I detenuti e le detenute come Patrick, oltre a dover sopportare condizioni igienico-sanitarie pessime e abusi, spesso devo affrontare anche l'ostacolo dell'isolamento rispetto all'esterno, alle loro famiglie e ai/lle loro legali.

Martedì 14 settembre 2021 è iniziato il processo a Patrick Zaki, con una prima udienza che è durata pochi minuti e si è conclusa con un aggiornamento al 28 settembre, secondo ANSA. Patrick e il suo legale hanno denunciato i lunghissimi tempi di custodia cautelare, nonché la scarsa chiarezza delle accuse mosse e dei reati contestati. Per quanto quindi si sia usciti dall'impasse in cui Patrick è rimasto intrappolato per mesi, le previsioni sono tutt'altro che rosee e le condizioni del ragazzo ancora lontane da buoni standard di civiltà e dignità.

Al di là del merito del caso Zaki, già di per sé sufficiente a evidenziare come alcuni principi di civiltà giuridica che, consolidati in Europa, non siano altrettanto in Paesi terzi, vi è un altro elemento che da giuristi, preoccupa. La sentenza che verrà emessa nei confronti di Zaki, infatti, non sarà appellabile. In Italia vi sono, a contrario, tre gradi di giudizio, questo significa che se un primo Tribunale (appunto, di primo grado) condanna qualcuno, questo può impugnare la sentenza innanzi ad una Corte di Appello (la quale, a differenza del giudice di primo grado, giudica sempre in composizione collegiale, garantendo che il caso venga deciso appunto, da un collegio, con più probabilità che vi siano opinioni diverse che devono in qualche modo allinearsi). Se anche la Corte di Appello condanna, è possibile proporre ricorso alla Suprema Corte di Cassazione che, seppur giudice del solo diritto (non giudica i fatti del caso ma la mera correttezza giuridica della sentenza di appello), comunque può rinviare ai giudici del merito (Tribunale del primo grado e Corte di Appello) indicando loro la corretta applicazione delle norme giuridiche rilevanti nel caso concreto. Insomma, in Italia i processi durano tanto (si sa) ma durano tanto, anche, perché prevedono le possibilità di appellare e ricorrere. La previsione di un doppio grado di giudizio (di merito) fa parte delle garanzie, necessarie e imprescindibili, che concorrono a formare il “giusto processo” (costituzionalmente e convenzionalmente garantito).

Per quanto la Costituzione non riconosca un vero e proprio diritto di appello (l’art. 111 della Carta Costituzionale riconosce il diritto a ricorrere in Cassazione ma non, invece, quello di appello) e per quanto lo stesso ordinamento preveda dei casi di esclusione della possibilità di appellare, questa è comunque ritenuta indispensabile per la concretizzazione di un giusto processo. In questo senso è stata la stessa Corte Costituzionale che si è storicamente pronunciata relativamente all’assenza della possibilità, in casi specifici di appellare, ritenendo quest’ultima incostituzionale. Si fa qui riferimento, ad esempio, alle sentenze 70/75, 73/78 e 72/79 in cui la Consulta ha ritenuto incostituzionale l’esclusione per l’imputato di appellare le sentenze di proscioglimento per estinzione del reato dovuta ad amnistia o prescrizione laddove, comunque, la declaratoria di estinzione prevedeva un concreto giudizio di colpevolezza. In particolare, la Corte ha di volta in volta valorizzato la necessità di assicurare la c.d. parità delle armi fra accusa e difesa quale criterio determinante per valutare se l’assenza della possibilità di appellare una determinata decisione si ponesse come lesiva del giusto processo. In questo senso, quindi, si può valutare l’assenza della possibilità di appellare una determinata decisione giurisdizionale alla luce della idoneità di siffatta impossibilità a ledere il principio di parità delle armi fra le parti processuali. Nel caso di Zaky, l’impossibilità di appellare l’eventuale condanna nei suoi confronti si pone come il punto di arrivo di un processo discutibile dal punto di vista di civiltà giuridica. Zaky, infatti, non solo è stato trattenuto in custodia cautelare per un periodo di tempo eccessivo, nonché senza alcuna motivazione adeguata relativa alle necessità che giustificherebbero il suo mantenimento in custodia cautelare, ma è stato anche impedito nel mantenimento dei contatti sia con il suo avvocato che con i suoi familiari, nonché sottoposto a trattamenti disumani, degradanti, nonché a vere e proprie torture.

Non rimane altro da aggiungere se non che la tutela dei diritti umani passa (anche) dal rispetto delle regole alla base del giusto processo. Il processo (penale soprattutto) è, infatti, drammaticamente (troppo) spesso il luogo dove alcuni tra i più fondamentali dei diritti vengono violati (anche dalle Autorità) ma dove dovrebbero essere maggiormente tutelati. A tal proposito, alla maggiore contrazione dei diritti umani deve corrispondere una maggiore opposizione anche da parte dell’opinione pubblica volta a sollecitare un ripensamento critico, anche, delle stesse regole che sorreggono lo stesso processo penale.



A cura di Carlotta Capizzi e Greta Temporin