L’Italia è responsabile per non aver salvato più di 200 vite nel mediterraneo

Aggiornamento: apr 19

Questo è quanto affermato dal Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite in una decisione di fine gennaio 2021.

Gli autori della comunicazione al Comitato che ha portato a questa storica decisione sono quattro superstiti siriani, assistiti da un team di avvocati italiani con la collaborazione della Human Rights & Migration Law Clinic dell’Università di Torino.

Ma chi è il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite? E che poteri ha?


Il Comitato è un organo di esperti indipendenti istituito presso l’ONU con il compito di monitorare l’implementazione del Patto internazionale sui diritti civili e politici da parte degli Stati membri. Può decidere sulla base di comunicazioni individuali ed il risultato dei suoi procedimenti è una “constatazione” che ha l’efficacia di raccomandazione rivolta allo stato interessato.

Questo non comporta, però, che le decisioni del Comitato siano prive di significato.


Ma facciamo un passo indietro: l’11 ottobre 2013 affonda una nave nel Mar Mediterraneo, a 113 km dalla costa di Lampedusa. È il “famoso” naufragio dei bambini: 212 sopravvissuti, 268 persone annegate, tra le quali 60 sono minorenni.


Le telefonate dalla nave in distress, pubblicate grazie ad un’inchiesta di Fabrizio Gatti dell’Espresso, hanno lasciato un ricordo indelebile nella nostra memoria collettiva: “per favore fate in fretta, stiamo per morire, ci rimane meno di un’ora, l’acqua sta venendo dentro, sono un medico, per favore, non c’è molto credito nel telefono, non ci stiamo muovendo, sono le onde a spostarci, siamo mossi dalle onde, ti giuro siamo in una vera, vera emergenza, please hurry up, please”, dice il medico siriano Mohanad Jammo all’ufficiale italiano.


Il primo contatto di richiesta di assistenza viene fatto quindi con le autorità italiane tra le 11 e le 12.26 di mattina ma la risposta dell’autorità competente maltese – che accetta la responsabilità delle operazioni di salvataggio – arriva molto dopo. La barca stracolma di migranti si trovava infatti nella zona SAR (Ricerca e Soccorso) di competenza della Valletta ma in un punto geograficamente più vicino alle coste italiane che a quelle maltesi: la nave della marina italiana ITS Libra era solamente ad 1 ora di navigazione dal luogo dove si sarebbe consumata la strage.


Nonostante le numerose chiamate disperate dei migranti al Rescue Coordination Centre e alle forze armate di Malta tra l’una e le tre di pomeriggio, la nave italiana ITS Libra interviene ed arriva sulla scena solamente alle 6 di sera in seguito ad una richiesta urgente di Malta.

La nave stracolma di migranti, però, si era ribaltata alle 17.07.


Ma torniamo a noi: siamo giuristi e l’obiettivo di questo articolo è quello di farvi capire l’importanza giuridica di questa recente decisione.

La vicenda è molto complessa e caratterizzata da una lunga serie di errori e scambi di informazioni incomplete rivelatasi poi fatale.


Ciò che viene accertato nella decisione del Comitato è che non è possibile escludere la responsabilità italiana a causa della vicinanza della nave italiana ITS Libra e del ritardo di questa nel prestare assistenza, nonostante le richieste provenienti dalle autorità maltesi. Inoltre, viene stabilito che si era instaurata una relazione di dipendenza tra i soggetti presenti sulla nave in pericolo e l’Italia.

Ed è proprio sulla base questi elementi che il Comitato afferma la propria competenza a giudicare le condotte dell’Italia per delle morti avvenute al di fuori del territorio nazionale italiano.


Il Comitato conclude la propria decisione sancendo che nonostante la responsabilità principale per le operazioni di salvataggio sia riscontrabile in capo a Malta (visto che la barca si è ribaltata nella sua zona SAR), l’Italia è comunque responsabile per la morte dei migranti.

Questo per una serie di motivi: innanzitutto, perché non ha fornito una spiegazione relativamente al ritardo nell’invio della nave Libra che si trovava solo a un'ora di distanza dall'imbarcazione in pericolo, perfino dopo che era stata formalmente formulata una richiesta in tal senso dalla centrale operativa di Malta.


L’Italia ha anche omesso di giustificare (e non ha nemmeno smentito) perché le telefonate intercettate indicano che alla nave Libra venne ordinato di allontanarsi dall'imbarcazione in pericolo.


Ma non è tutto: l’Italia non ha nemmeno chiarito i motivi dell’eccessiva durata dei procedimenti nazionali relativi alla strage.


Sette anni dopo, infatti, è ancora pendente in Italia il primo grado il procedimento penale (instaurato, in seguito ad un ordine di imputazione coatta, presso la seconda sezione penale del Tribunale di Roma dopo una prima battuta di arresto dovuta alla richiesta di archiviazione della procura) nei confronti del comandante della centrale operativa della Guardia Costiera italiana e l’ufficiale responsabile al momento della vicenda della sala operativa del Comando in capo alla squadra navale della Marina militare. Per quanto riguarda l’allora comandante della nave Libra, invece, le indagini preliminari sono invece ancora in corso (anche in questo caso la richiesta di archiviazione della Procura di Roma è stata respinta ma il GUP ha ordinato al PM di condurre ulteriori indagini).


Il risultato?

Una violazione del diritto alla vita sancito dall’articolo 6 del Patto.


Cosa comporta questo per l’Italia?


L’obbligo di risarcire le vittime, ma anche quello di procedere rapidamente ad un’indagine indipendente ed efficace e di perseguire i responsabili, nonché di impedire che simili violazioni del diritto alla vita occorrano in futuro.


L’Italia ha accettato la competenza del Comitato (ai sensi del Protocollo Opzionale) e dovrà pertanto relazione allo stesso entro 180 giorni come ha dato efficacia alle opinio