La ormai celebre ordinanza del GIP di Agrigento, per punti

Doverosa premessa (nostra).

Se davvero siete interessati alla vicenda della Sea Watch 3 vi consigliamo di leggere l’Ordinanza in questione, a prescindere dalle vostre conoscenze giuridiche: si tratta di poche pagine, concise, puntuali e, per quanto possibile, semplici. A tratti illuminanti.

Eccola: http://bit.ly/GIPagrigento.


Cosa sostiene la Procura.

L’Ordinanza apre descrivendo l’ipotesi accusatoria, ossia i due delitti che, secondo la Procura, la Comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, avrebbe commesso. Il primo è la ‘resistenza o violenza contro nave da guerra’, reato previsto dal codice della navigazione all’art. 1100; il secondo è invece la più comune ‘resistenza a pubblico ufficiale’, previsto dal codice penale all’art. 337.

Il punto focale è, in entrambi i casi, il mancato rispetto da parte di Rackete del divieto – reiterato sia per iscritto che oralmente – di entrare in acque italiane prima e, poi, di attraccare al porto di Lampedusa.


Doverosissima premessa (del GIP di Agrigento)

Il GIP chiarisce che quanto contestato non può essere atomisticamente esaminato, ma va contestualizzato con quanto concretamente accaduto in mezzo al mare, con le regole sull’obbligo di soccorso e con i doveri che ne derivano. E così fa.


Gli obblighi sovranazionali.

Togliamoci subito il dente e affrontiamo la parte più tecnica della questione, quella piena di abbreviazioni, numeri ed articoli difficili che cercheremo di rendere meno ostici.

Se è vero che ogni Stato esercita la propria sovranità, potendo fare il bello ed il cattivo tempo per mezzo delle proprie leggi, è anche vero che tale libertà non è sconfinata: i singoli Paesi, nel corso dei decenni, in un mondo che usciva da guerre devastanti e che si avviava ad una crescente apertura, hanno compreso la necessità della cooperazione, da preferirsi all’autarchica chiusura in se stessi. Da questa evidenza sono nati numerosi Patti sovranazionali e conseguenti obblighi che l’Italia, attraverso l’art. 10 della Costituzione, si è impegnata a rispettare. All’art. 117, sempre della Costituzione, troviamo scritto che i Patti di cui sopra hanno un carattere di supremazia rispetto al diritto interno. La logica è semplice: se ogni Stato, dopo aver concluso un accordo con altri Stati, fosse libero di modificarne il contenuto unilateralmente il tutto perderebbe di significato e di ragion d’essere.

Bene.

Il GIP di Agrigento svolge egregiamente il compito di elencare e descrivere le singole Convenzioni alle quali l’Italia si è volontariamente sottoposta negli anni. Noi proviamo a fare un riassunto un po’ più fruibile (se invece siete affetti dalla sindrome di San Tommaso andate a leggere le pagine 2-5 dell’Ordinanza).

In breve. I testi normativi da tenere in considerazione sono la Convenzione di Montego Bay del 1982 (recepita dall’Italia nel 1994), la Convenzione cd. SOLAS del 1974 (recepita in Italia nel 1980), la Convenzione Search and Rescue del 1979 (cd. SAR, esecutiva nel nostro Paese dal 1989) ed infine il Testo Unico sull’Immigrazione (d.lgs. 286/1998, modificato da ultimo dal cd. Decreto Sicurezza Bis, testo che deve ancora essere convertito in legge).

Il T.U. (Testo Unico, norma di diritto interno) ad oggi prevede che il Ministro degli Interni possa, insieme a quello delle Infrastrutture e quello della Difesa, vietare l’ingresso delle navi straniere qualora, tra le altre cose, operino in violazione delle regole interne sull’immigrazione.

Sempre il T.U., ma anche – e questo è fondamentale – le Convenzioni internazionali sopra richiamate, prevedono tuttavia il dovere, in capo ad ogni Stato, di soccorrere e fornire prima assistenza allo straniero che abbia fatto ingresso, anche irregolarmente, sul territorio nazionale.

Aggiungiamoci ancora che l’art. 1158 del Codice della Navigazione italiano punisce il comandante di nave italiana o straniera che ometta di prestare soccorso ad un’imbarcazione in difficoltà.

In altre parole: è ben possibile per lo Stato limitare ed eventualmente vietare l’ingresso in acque italiane di navi straniere, ma non può farlo in violazione di quanto disposto da norme provenienti ‘dall’alto’, che prevalgono sul diritto interno.


Cosa è successo in mezzo al mare?

Il GIP passa poi a ricapitolare i fatti. Nessuno, se non il carico umano del gommone, ha assistito a quanto è successo in mezzo al mare, ma possiamo immaginare sia accaduto quello che spesso accade: un gommone pieno di uomini, donne e minori è stato mollato dallo scafista di turno, che si è poi allontanato. Il mezzo non aveva benzina e, comunque, sopra non c’era nessuno che fosse in grado di condurlo affrontando il mare aperto.


Come faceva la Sea Watch 3 a saperlo? Gliel’hanno detto gli scafisti?

Il GIP ricostruisce i movimenti della Sea Watch 3 in base alla CNR (si chiama così in slang giuridico la ‘Comunicazione di Notizia di Reato’, cioè la prima informazione che viene trasmessa alla Procura quando la Polizia o chi per essa viene a sapere della possibile commissione di un reato da parte di chicchessia), ossia di un atto scritto non dalla Rackete ma dalle forze dell’ordine italiane.

E no, non gliel’hanno detto gli scafisti. La Sea Watch 3 ha saputo del natante in difficoltà grazie ad un aereo di nome ‘Colibrì’ che pattugliava dall’alto la zona.

Raggiunto il gommone, i passeggeri sono stati trasferiti sulla barca della ONG, che immediatamente si è messa in contatto con la Guardia Costiera libica, italiana, olandese – madre patria della stessa ONG – e maltese, chiedendo che venisse immediatamente indicato un POS (a ridaje con lo slang: un POS è un Place Of Safety che possiamo tradurre con ‘porto sicuro’).

Le valutazioni che seguono, si legge nell’Ordinanza, furono effettuate dalla Comandante Rackete con il continuo ausilio dei legali della ONG.


Perché non li ha portati in Libia?

La Libia ha risposto immediatamente, indicando Tripoli come porto sicuro.

Allora.

In Libia i migranti irregolari vengono ospitati stipati nei ben noti centri di detenzione, che sono luoghi in cui accadono le cose più turpi, come ormai tutti dovrebbero sapere: dalle estorsioni alle torture, dalle violenze fisiche a quelle sessuali, tutto finalizzato a convincere i prigionieri e/o le loro famiglie a pagare quanto ‘dovuto’ per il trasporto illegale verso lidi europei.

Ce lo hanno detto i rapporti ONU con dovizia di particolari e reportage fotografici (qui l’articolo di Internazionale che lo riporta: http://bit.ly/ReportONU).

Ce lo dice l’ultima Raccomandazione del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa (se volete leggerla è qui: http://bit.ly/Raccomand).

Ce lo hanno detto coloro che sulla pelle ancora portano le cicatrici di quel che hanno vissuto.

Lo ha ripetuto un’ultima sentenza della nostra Cassazione, che ha assolto un gruppo di migranti riconoscendo che avessero agito (rullo di tamburi) per legittima difesa. Ve la raccontiamo perché è interessante: la nave italiana Vos Thalassa aveva recuperato un folto gruppo di disperati alla deriva su un ‘piccolo natante di legno’ in mezzo al mare, dirigendosi poi verso Lampedusa; ricevuto il contrordine di riportarli in Libia, il mezzo invertiva la rotta. I migranti, resisi conto della nuova destinazione loro assegnata, minacciavano l’equipaggio riuscendo infine ad approdare sulle coste italiche. Imputati per violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale e per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, i due uomini tacciati di aver organizzato la ‘rivolta’ sono infine stati assolti dal GUP di Trapani per essere stati costretti ad agire in tal senso al fine di evitare un grave danno alla propria persona, ossia quelle torture e violenze di cui sopra.