SWEET HOME ALABAMA

È davvero un peccato che dopo decenni di faticose battaglie per rendere la condizione della donna quanto meno vivibile, i diritti che ormai pensavamo di aver definitivamente acquisito vengano di continuo minacciati e messi in discussione.

Ancora oggi, la possibilità per una donna di vedersi riconosciuti valori e ruoli che vanno oltre quelli propri dell’ancella atwoodiana sembra essere un’utopia.

Da secoli, la subordinazione del genere femminile a quello maschile è stata legittimata dalle più disparate argomentazioni, prima fra tutte quella secondo la quale la donna sarebbe un’isterica, il cui comportamento viene guidato in modo totalmente istintivo dal suo utero, rendendola incapace di formulare giudizi razionali e, quindi, indegna di possedere dei diritti.

Ricorderete il tweet, poi rimosso e corretto, di Giulia Bongiorno che, poco tempo fa, condivideva: “#codicerosso è una norma che prevede che quando una donna fa denuncia per una violenza deve essere ascoltata entro 3 giorni dal pm o dalla pg. Così si può appurare immediatamente se si ha a che fare con un’isterica o con una donna in pericolo di vita, e in tal caso aiutarla”.

Questo pregiudizio così radicato è uno dei motivi per i quali, ancora oggi, qualsiasi disagio espresso da una donna non viene preso sul serio. La questione acquisisce una rilevanza ancor più critica alla luce dei recenti avvenimenti che riguardano la legislazione di alcuni stati americani.

Il mese scorso l’Alabama, seguito a ruota dalla Louisiana, ha approvato una legge che vieta, anche nei casi di stupro ed incesto, l’interruzione di gravidanza.

A detta del ministro Pillon, la decisione presa dai due stati sarebbe un buon esempio da seguire in un momento storico in cui “ormai abbiamo tutti gli strumenti contraccettivi che servono per prevenire una gravidanza indesiderata”. In effetti, chiedere ad una donna di assumere la pillola anticoncezionale per la sola paura di essere violentata, o di fare in modo che il proprio abusante indossi un preservativo durante l’atto di violenza sessuale, sembrano essere richieste ragionevoli.

Tutto questo perché, sempre secondo Pillon, è arrivato il momento di prendere coscienza del fatto che “(..)un feto non è un grumo di cellule”, e il suo diritto alla vita va preservato e difeso a costo, a quanto pare, di ledere i diritti della madre.

La questione è certamente molto ampia e complicata ma merita un’attenta riflessione soprattutto quando l’aborto venga negato alle donne che abbiano subito una violenza di tipo sessuale. Le vittime di abuso si trovano a dover fare i conti con un vero e proprio trauma che, inevitabilmente, avrà importanti ripercussioni sulla qualità di vita delle stesse e sul processo di crescita dei nascituri. Queste considerazioni nascono da una teoria psicologica conosciuta come teoria dell’attaccamento. La Teoria dell’attaccamento è legata agli studi condotti da John Bowlby, uno psicoanalista britannico del XX secolo che, prendendo spunti dagli esperimenti etologici di Konrad Lorenz e Harry Frederick Harlow, enfatizzò l’importanza, per lo sviluppo del bambino, di un legame intimo e duraturo con una persona specifica che si prenda cura di lui.

In tal senso, il legame di attaccamento è quella particolare relazione stabile che si instaura tra il bambino e il genitore, ed ha la funzione di garantire la protezione del piccolo individuo dai pericoli ambientali e dalle tensioni interne e, più in generale, di favorirne la sopravvivenza grazie alla sua vicinanza con una figura adulta (generalmente la madre biologica).

Sono numerosissimi gli studi psicologici che hanno dimostrato come le madri vittime di abuso presentino, in molti casi, un comportamento genitoriale del tutto atipico, spesso violento ed ostile, caratterizzato da neglect ed emotional misattunement (trascuratezza e dissonanza emotive).

È come se si trovassero in uno stato di trance, completamente immerse nel ricordo irrisolto dell’esperienza traumatica che hanno vissuto, tanto da risultare spaventose per il figlio che devono accudire. Questi sono i motivi per i quali nel bambino si crea un conflitto fra i suoi sistemi comportamentali di attaccamento e di difesa: i due sistemi vengono attivati insieme, suggerendo soluzioni opposte ma non funzionanti, poiché la figura di attaccamento in cui cerca protezione è al contempo fonte di pericolo. In altre parole, in alcuni momenti, il comportamento di questi bambini sembra essere privo di una strategia coerente nella relazione con la figura d’attaccamento, ed è per questo che, in gergo clinico, viene chiamato “disorganizzato”.

Relazioni genitoriali di questo tipo sono vissute dal bambino come traumatiche: ad oggi, infatti, la trascuratezza emotiva viene considerata dai clinici alla stregua dell’abuso.

L’attaccamento disorganizzato si ripercuote negativamente non solo sulla natura della relazione madre-bambino ma anche sullo sviluppo psicofisico dello stesso. Ad esempio, diversi studi hanno dimostrato quanto questo pattern comportamentale sia correlato ad una riduzione globale delle dimensioni cerebrali, delle fibre GABAergiche inibitorie, del volume ippocampale, e della crescita del corpo calloso. Il tutto si accompagnerebbe, inoltre, a un’iper-attivazione cronica dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, il quale si occupa di regolare la produzione del cortisolo, l’ormone coinvolto nelle risposte allo stress.

Tali modificazioni si riflettono in ambito cognitivo ed emotivo, con deficit di teoria della mente e mentalizzazione (rispettivamente la capacità di attribuire agli altri stati mentali e comprendere che possono essere diversi dai propri, e l’abilità di rappresentarseli internamente), disconoscimento e disregolazione delle emozioni, costruzione distorta dell’immagine di sé, malfunzionamento delle funzioni integratrici della coscienza e della memoria.

In tutti i campioni clinici studiati, l’attaccamento disorganizzato è quello che più significativamente risulta correlato a qualunque tipo di disturbo psicopatologico esplorato, e tale correlazione statistica sembra essere particolarmente significativa per i disturbi dissociativi e borderline e, in genere, per i disturbi collegati ai traumi. La sintomatologia che caratterizza tali quadri patologici è seriamente invalidante e può comprendere, ad esempio, instabilità emotiva, impulsività in ambito personale e sociale, autolesionismo, difficoltà relazionali, episodi dissociativi. Inoltre, la presenza di un attaccamento disorganizzato è un fattore di rischio per la capacità di elaborare eventuali traumi futuri.

Posto che la decisione rispetto ad un’interruzione di gravidanza dovrebbe essere un legittimo diritto di qualsiasi donna, e che negarlo equivale a sottoporre quest’ultima ad una violenza, quanto è sensato che questo venga addirittura impedito a chi subisce un abuso sessuale? E quanto è rispettoso di quel bambino che nascerà e verrà cresciuto da qualcuno che influenzerà negativamente la qualità del suo sviluppo?

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