VOTARE DOVE SI VIVE È UN DIRITTO DI TUTT3

A pochi giorni da un nuovo appuntamento elettorale, ci ritroviamo a dover affrontare un grosso problema strutturale del nostro Paese, l’astensionismo involontario.

Secondo la relazione presentata ad aprile 2022 dalla Commissione istituita dal Ministro per i rapporti con il Parlamento – Federico d’Incà - (Libro bianco “per la partecipazione dei cittadini: Come ridurre l’astensionismo e agevolare il voto”), sono circa 4,9 milioni le persone che lavorano o studiano fuori sede e che, per difficoltà logistiche o impedimenti economici, non potranno recarsi al seggio elettorale di appartenenza.

La legge italiana, infatti, prevede che il diritto di voto vada esercitato soltanto nel Comune di residenza e stabilisce poche deroghe che permettono di votare dove si ha il domicilio (ad esempio lз militari, le forze di polizia, lз naviganti marittimз o aviatorз).

Negli altri casi, coloro che studiano o lavorano fuori sede possono unicamente usufruire di alcune agevolazioni sui costi di viaggio sostenuti per raggiungere il Comune di residenza. Tuttavia, gli sconti disponibili sono limitati solo ad alcune tratte a lunga percorrenza e a determinate compagnie aeree, che hanno prezzi di base già molto elevati. Di conseguenza, risulta impegnativo sostenere tali spese, soprattutto per giovani studenti o lavoratorз con meno di trentacinque anni.

Ma questo non è l’unico problema che la cittadinanza in mobilità si trova ad affrontare: oltre al fattore economico, molti di loro hanno impegni lavorativi o di studio che non consentono lunghi spostamenti (solo 2 milioni di aventi diritto di voto impiegano quattro ore di viaggio complessivo per tornare a casa, mentre la restante parte impiega più di dodici ore).

Ai sensi dell’art. 3, comma 2, della Costituzione, spetta allo Stato “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Occorre notare come tale impedimento sia stato rimosso, per quanto riguarda le persone residenti all’estero, dalla legge 459/2001, alle quali peraltro è concessa una quota di rappresentanza.

Ma non è tutto: l’art. 4-bis della medesima legge, consente di “votare per corrispondenza nella circoscrizione Estero, previa opzione valida per un'unica consultazione elettorale, i cittadini italiani che, per motivi di lavoro, studio o cure mediche, si trovano, per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della medesima consultazione elettorale, in un Paese estero in cui non sono anagraficamente residenti. Con le stesse modalità possono votare i familiari conviventi con i cittadini di cui al primo periodo”.

Se si tratta di un diritto uguale per tutte le persone e soprattutto a parità di condizioni economiche, allora perché le persone fuori sede non possono esprimere il proprio voto senza limitazioni?

Spesso, la soluzione più agevole appare il cambio di residenza: la legge n. 35 del 2012 permette il c.d. “cambio di residenza in tempo reale”, con il quale è possibile registrare la nuova residenza entro due giorni dalla richiesta. Ciò sicuramente semplifica l’iter burocratico da seguire, ma, al contempo, causa dei grossi oneri fiscali, se pensiamo ad esempio allз studentз. I benefici del diritto allo studio universitario, infatti, sono legati al reddito del proprio nucleo familiare, con cui si condivide la residenza. Inoltre, per poter risultare assegnatariз di un posto letto in una residenza universitaria, occorre risiedere lontanз dalla propria università. In generale, poi, per chi studia lontano da casa cambiare spesso abitazione è frequente e questo potrebbe causare delle difficoltà nella notifica di atti amministrativi o nella partecipazione a concorsi pubblici.


È evidente quindi che - in tema di diritto di voto - ci sia una forte disparità di trattamento tra coloro che si trovano all’estero e chi vive sul territorio nazionale al di fuori della propria residenza e ciò induce a pensare ad una probabile violazione del principio di ragionevolezza da parte della legge 459/2001, che nulla disciplina in ordine a chi si trova nella seconda situazione.

L’art. 3 della Costituzione non lascia spazio ad equivoci, enunciando in maniera netta uno dei corollari del nostro sistema repubblicano: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

In questa prospettiva giuridica, l’uguaglianza si può tradurre in pari opportunità per coloro che sono chiamatз al voto; pertanto le leggi, anche quando si riferiscono a gruppi di persone determinate, non possono avere carattere personale o singolare, a meno che non sussistano giustificate ragioni. Il principio di ragionevolezza è infatti una naturale conseguenza del principio di uguaglianza, il quale esige che le norme siano adeguate al fine perseguito. Si ha dunque una violazione di questo principio quando si riscontra una contraddizione all’interno di una legge, o tra essa e il fine perseguito.


Dal 2018, sono state presentate in Parlamento cinque diverse proposte di legge per risolvere il problema, ma tutte con lo stesso deludente epilogo. L’ultima in ordine di tempo, arrivava dalla Commissione istituita dal Ministro D’Incà e prevedeva l’istituzione di una tessera elettorale digitale per poter accogliere elettori ed elettrici in seggi diversi da quelli di residenza, ad esempio all’interno degli uffici postali.

La riforma Madia del 2019 prevedeva, invece, due modalità di voto:

- per i referendum, si rendeva possibile la presentazione di una domanda in via telematica tramite SPID almeno quarantacinque giorni prima delle votazioni, presentandosi ai seggi con l’accettazione della domanda;

- nel caso di elezioni politiche ed europee, sarebbe stato previsto il voto per corrispondenza.

Il suo iter è iniziato solo due anni dopo, ma la proposta di legge non è mai stata votata da parte di uno dei due rami del Parlamento.


Il 25 luglio la discussione su questa tematica sarebbe arrivata alla Camera dei Deputati, con la presentazione di un nuovo testo che unificava tutte le proposte depositate, ma ancora una volta la questione è stata rimandata a causa dello scioglimento della legislatura.

In questi quattro anni, l’inerzia del Parlamento di fronte ad una situazione così complessa e urgente ha condotto alla mobilitazione di diverse associazioni, in particolare The Good Lobby insieme al comitato Io voto fuori Sede, che hanno deciso di intraprendere un’azione giudiziaria con lo scopo di sollevare una questione di legittimità costituzionale per violazione del diritto di voto di lavoratorз e studentз fuori sede.

Pertanto, il 10 giugno è stato presentato un ricorso al Tribunale di Genova avverso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministro dell’Interno. L’udienza è stata fissata per l’11 novembre 2022 e, in quella sede, si deciderà se chiedere alla Corte Costituzionale di intervenire, auspicando così che si giunga, prima o poi, ad un obbligo di modificare la legge da parte del Legislatore.


A cura di Sara Bruno