I colori del processo penale

“Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuens” dicevano i Romani, o, ancora “ius est ars boni et aequi”, intendendo, con la prima espressione che la giustizia è l’aspirazione perpetua a dare a ciascuno ciò che si merita e, con la seconda, che il diritto è l’arte del buono e del giusto, sempre sottintendendo che il diritto (e quindi la giustizia) hanno come finalità principe quella di dare a ciascuno ciò che si merita, la condanna ai colpevoli e l’assoluzione agli innocenti. Dal canto nostro, oggi, leggiamo, all’interno di ogni aula di Tribunale che “la legge è uguale per tutti”, poche parole che sembrano dare una certa rassicurazione a chi le legge, come a confortare sul fatto che il processo e, soprattutto, il processo penale, miri, ancora oggi, a “dare a ciascuno il suo”.

Invero, però, non sembra che la legge sia, effettivamente, uguale per tutti.


Sono infatti passati solo un paio di mesi dalla raccomandazione del Consiglio d’Europa agli Stati membri di adottare misure forti contro episodi di c.d. racial profiling da parte delle forze di polizia, quindi dall’invito del Consiglio ad adottare sistemi di prevenzione e repressione di episodi di discriminazione sistemici nei confronti di individui appartenenti a determinate etnie, i quali vengono fermati, arrestati (ma a volte addirittura condannati) in assenza di prove in grado di dimostrare “oltre ogni ragionevole dubbio” la loro colpevolezza. Insomma, il Consiglio ha ritenuto di ricordare ai Suoi membri la necessità che la giustizia sia cieca davanti agli indagati/imputati e, soprattutto, insensibile al colore della loro pelle.


Ancora, anche la Commissione antirazzismo (c.d. Committee on the Elimination of Racial Discrimination) del Consiglio d’Europa ricorda che il fenomeno di racial profiling costituisce una forma specifica di discriminazione razziale e dovrebbe essere espressamente proibita dalla legge in quanto idonea a “generale un sentimento di umiliazione e ingiustizia all’interno dei gruppi discriminati, i quali vengono quindi stigmatizzati e negativamente stereotipati e alienati dal resto della comunità” e, nei casi peggiori, può addirittura degenerare in un fenomeno di razzismo istituzionale. Sempre secondo la Commissione sarebbe necessario creare una nuova “cultura di polizia” in cui il razzismo sia attivamente prevenuto e represso in ogni circostanza, anche tramite l’elaborazione di procedure di arruolamento delle forze di polizia che siano in grado di assicurare che la composizione delle forze dell’ordine rifletta la diversità etnica della popolazione e la creazione di specifici corpi investigativi per gli eventi di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine. Sempre la Commissione ritiene, nella sua raccomandazione numero 31, che sia fondamentale prevenire i fermi, gli arresti o le perquisizioni basati non su indizi concreti di reità a carico di taluno ma solo sul suo aspetto fisico o, peggio, sulla sua etnia.


Le prese di posizioni sovranazionali si sono rese necessarie in un clima, come quello europeo, che, al pari di quello statunitense, è costellato di episodi di violenza nei confronti delle minoranze (etniche ma anche religiose) da parte delle forze dell’ordine. Negli ultimi decenni, infatti, sono stati condotti numerosi studi che hanno fatto emergere, chiaramente, il radicamento di tecniche di racial profiling nel modus operandi delle forze dell’ordine europee. Già nel 2009 uno studio del Centre National de la Recherche Scientifique e dell’Open Society Justice Initiative ha sottolineato che le persone di origine africana venivano fermate per controlli sei volte in più rispetto agli altri passanti in diverse stazioni della città di Parigi mentre gli arabi veniva fermati, addirittura, otto volte in più. Il resto d’Europa non sembra ottenere risultati migliori, secondo un report del 2018 dell’Agenzia Europea per i diritti fondamentali (Being Black in the EU), infatti, il 24% delle persone di origine africana residenti nei paesi UE ha dichiarato di essere stato sottoposto ad almeno un controllo di polizia nell’anno precedente mentre il 44% dei fermati ha dichiarato di aver percepito che il controllo fosse dovuto a mere ragioni razziali e non da elementi concreti di reità a loro carico.


Volendo approfondire la situazione in Italia si noti che, sempre secondo la European Agency for Fundamental Rights, il 70% degli intervistati nel bel paese ha percepito di essere stata fermata per motivi razziali ma solo il 9% di questi ha ritenuto di denunciare l’avvenimento.


Non sembra, tuttavia, che l’invito arrivato dal Consiglio d’Europa sia stato accolto con particolare benevolenza dagli Stati (si ricorda in tal senso la recente, e dibattuta, proposta di legge di un deputato repubblicano francese di impedire la pubblicazione di materiale multimediale raffigurante agenti di polizia durante le ore di servizio, per tutelarli e proteggere la loro privacy), i quali (ancora) non sembrano essersi attivati per creare un sistema in cui la giustizia sia, effettivamente, cieca davanti al colore di chi vi è sottoposto, limitandosi a ricevere, passivamente, i rimproveri esterni.

A cura di Carlotta Capizzi

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